Curiosità: il leggendario furto della Gioconda nell’anno 1911

Come tutti sanno la Gioconda è un famosissimo dipinto a olio di Leonardo da Vinci, che ritrae una donna dal sorriso enigmatico. Secondo Giorgio Vasari, la dama ritratta è Lisa Gherardini, moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo. Il committente non riceverà mai l’opera, realizzata intorno al 1503;  Leonardo infatti la porterà con sé in tutti suoi spostamenti.

La tavola  attualmente appartiene al Museo del Louvre, in quanto negli ultimi anni della sua vita l’artista fiorentino visse in Francia.

Dall’arte a icona pop

La Gioconda di Leonardo, già nota ai suoi contemporanei, è divenuta col tempo una vera e propria icona pop. Riprodotta su qualsiasi tipo di superficie, dall’abbigliamento all’oggettistica, essa fa parte dell’immaginario collettivo internazionale. Ivan Graziani e i Litfiba l’hanno citata nelle loro canzoni, senza contare le pellicole cinematografiche.

Diversi film hanno raccontato il leggendario furto della tavola avvenuto nel 1911: Il ratto di Monna Lisa (1931) di Géza von Bolvàry, e nel 2006 la miniserie televisiva L’uomo che rubò la Gioconda (con Alessandro Preziosi e Violante Placido).

Il furto della Gioconda

Ma scopriamo insieme come andarono le cose. Il trafugamento del quadro avvenne tra il 20 2 il 21 agosto 2011; inizialmente furono accusati della sua sparizione illustri personaggi dell’epoca. In un primo momento Guillame Apollinaire, poi Pablo Picasso: entrambi innocenti.

Autore del furto era invece il decoratore italiano Vincenzo Peruggia. Peruggia, un ex-collaboratore del museo, era ossessionato dall’idea che la Gioconda fosse stata indebitamente sottratta all’Italia da Napoleone. Si nascose in uno sgabuzzino e rubò il dipinto, occultandolo sotto il cappotto; bisogna dire che la protezione della preziosa opera non era molto efficiente. Il decoratore portò il dipinto in Italia, nel suo paese natale (Luino), con l’intenzione di restituirlo alla sua “vera” patria.

Il ladro si fece scoprire nel 1913, quando cercò di vendere l’opera a un antiquario fiorentino. Fu condannato a un anno e quindici giorni di prigione.

 

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